Il coltello e le mani sono le armi più utilizzate nel femminicidio. Sovente le mani nude servono per provocare asfissia. Questo perché "c'è molta carnalità, molta vicinanza tra i corpi", mentre nei casi di non femminicidio, oltre all'arma bianca viene utilizzata l'arma da fuoco che si può usare anche da lontano. A dirlo sono gli stessi corpi delle vittime. Il dato, infatti, emerge dai risultati preliminari di uno studio compiuto su 1.170 casi promosso da Rossana Cecchi, ordinaria di medicina legale dell'Università di Modena e Reggio Emilia a cui hanno risposto tutti gli istituti di medicina legale.
La docente lo ha illustrato lo scorso 20 marzo in Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio spiegando che 433 casi sono stati classificati 'femminicidi', 343 'omicidi di donna' mentre 394 non sono stati inquadrati per mancanza di informazioni sul movente.
"E' molto interessante osservare le regioni anatomiche colpite - ha sottolineato Cecchi - Un dato particolarmente significativo è che le donne vengono colpite prevalentemente al viso, alla bocca, al collo, al seno e al pube, mentre gli uomini vengono colpiti alle spalle e al torace. L'overkilling, un omicidio in cui la numerosità dei colpi inferti sulla vittima è significativamente superiore a quelli necessari e sufficienti per ucciderla, si riscontra prevalentemente negli omicidi femminili, questo proprio per dimostrare a partecipazione emotiva dell'autore".
La docente e la sua equipe sono convinti che "c'è una volontà di colpire la femminilità della donna quando colpisce il seno e il pube, la sua identità quando colpisce il volto e la sua libertà di parola quando colpisce la bocca".
Lo studio ha l'obiettivo di elaborare una sorta di prognosi medico-legale e di essere utile per la prevenzione. "Distinguere il femminicidio dagli omicidi di donne - ha puntualizzato Cecchi - ci permette di identificare tipologie di lesioni e fattori circostanziali che possono poi essere identificati a loro volta su vittime di violenza domestica ancora vive, che potrebbero quindi rappresentare dei campanelli di allarme di una possibile evoluzione in femminicidio.
Riporto il caso di una giovanissima ragazza che da quattro mesi frequentava un ragazzo che già la picchiava in modo serio e lei non vedeva la violenza, sostenendo che 'almeno lui resta, mentre gli altri se ne vanno'. Noi le abbiamo detto: 'Lui ti colpisce al volto, lui ti prende il collo, ti afferra il collo. Questo ti pone ad alto rischio per l'evoluzione futura in qualcosa di molto più serio, se non all'omicidio". La stessa sorte toccata all'universitaria 22enne di Messina.
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