BRUXELLES - La sua missione era quella di rassicurare gli alleati europei, ancora sotto shock per la performance di Pete Hegseth alla ministeriale difesa. Così il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha vestito i panni del poliziotto buono e fin dalla prima dichiarazione ha raddrizzato la barra: "Vedo dell'isteria sui media, gli Stati Uniti resteranno nella Nato e anzi sono più attivi che mai". A patto però si spenda di più e che ci sia "un percorso credibile" verso il 5% del Pil in difesa, che peraltro obbligherà "anche Washington" ad aumentare il bilancio del Pentagono. Parole rassicuranti, certo, ma in qualche modo amare data la tempesta scatenata dall'imposizione di dazi pesanti alla stragrande maggioranza degli alleati.
Il segretario generale Mark Rutte ha provato a schivare la patata bollente: "la Nato non è un forum economico, ci concentriamo sulle minacce provenienti dalla Russia e dagli altri teatri" - e d'altronde il suo ruolo è quello di tenere insieme le pecore del gregge. Il tema però è esploso comunque.
Nel corso del pranzo il Canada ha sollevato espressamente la questione, sottolineando che la sicurezza comune non si limita al campo della difesa ma si estende anche a quello "economico". Dello stesso avviso il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide. "L'articolo 2 del Trattato di Washington prevede che gli alleati non usino misure coercitive economiche tra di loro ma anzi incoraggino la cooperazione, forse oggi vale la pena di ricordarlo", ha dichiarato al suo arrivo.
Ad evocare l'articolo 2 è stato pure Antonio Tajani, incontrando la stampa. "Non prevede certamente la guerra commerciale, dobbiamo evitarla", ha notato sottolineando al contempo come l'imposizione dei dazi si scontri con la richiesta di salire al 5% delle spese in difesa. "Noi siamo pronti ad arrivare al 2% in tempi rapidi: se si chiede però di andare al 5% ma contemporaneamente si impongono i dazi è un po' difficile fare entrambe le cose", ha ribadito.
negoziati sono in corso e da qui al summit dell'Aja di fine giugno entreranno in una fase febbrile: sono già allo studio varie formule per permettere a Trump di brandire il numero magico senza stravolgere l'unità, e i conti pubblici, dell'Alleanza. "Capisco che ci sono delle esigenze politiche interne, le abbiamo pure noi, e non dovrete aumentare gli investimenti entro un anno o due", ha ragionato Rubio mostrandosi appunto come l'interlocutore dialogante. "Trump non è contro la Nato, è contro una Nato che non ha le capacità necessarie per adempiere agli obblighi previsti dal suo trattato", ha chiosato.
Rubio, che a margine della ministeriale ha incontrato la sua controparte danese per riaffermare la "forte relazione" tra i due Paesi, nonostante le minacce di annessione della Groenlandia, ha aggiornato i partner sull'esito dei negoziati con la Russia per arrivare ad una tregua in Ucraina. Il Consiglio Nato-Ucraina è stato messo al centro della cena - al tavolo con Andrii Sibiha - per permettere uno scambio di vedute meno ingessato. "Le garanzie di sicurezza e un forte pacchetto di aiuti per la deterrenza sono per noi legati ai negoziati di pace, altrimenti Mosca ci attaccherà ancora", ha messo in guardia il ministro degli Esteri di Kiev.
Parallelamente fioriscono le iniziative dei volenterosi e, stando al presidente della Finlandia, Alexander Stubb, la coalizione ha deciso che "almeno" uno dei suoi leader dovrebbe aprire un canale negoziale con Vladimir Putin, evidentemente per non essere esclusi dai giochi. Ma tutti i dossier, che si tratti dei negoziati con il Cremlino, della postura all'interno della Nato, di quale sostegno dare ai volenterosi o di quale punto di caduta accettare sull'aumento delle spese militari, finiscono poi in un punto preciso: sulla scrivania dello Studio Ovale.
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