Una radio si rivolge in modo eccitato
e entusiasta (un po' da Good morning, Vietnam) a far da cornice
e luogo a contrasto in cui Giuseppe Battiston mostra subito con
la sua voce, il suo corpo, la sua ironia, la sua malinconia, il
disagio di sentirsi emigranti nella vita, raccontando ai
microfoni i personaggi de 'La valigia' di Sergej Dovlatov (al
Teatro Ambra Jovinelli sino a domenica 12 marzo e dal 21 al 26
alla Pergola di Firenze), rendendoli vivi nella loro intima,
umana incongruenza, ma mai vinti, grazie anche all'aiuto della
vodka.
Sono figure e storie legate ognuna a uno degli oggetti messi
in valigia al momento di dover lasciare per sempre il proprio
paese, quindi pieni di amore, già con una nota nostalgica che
cerca di evitare però la tristezza, perché, come lo scrittore
che li ricorda, sono sempre in scontro e sfida dialettica,
riflessiva e relativistica con il mondo e la vita, così da
coglierne il lato umoristico nella drammatcità grottesca. Sono
otto personaggi che potremmo dire per questo nati dalla penna di
un Gogol che finiscono però per avere un'anima cechoviana.
Del resto raccontano che a New York, dove migrò e finì di
vivere a nemmeno 50 anni nel 1990, finisse spesso in un bar
frequentato da altri esuli russi, dove passava le ore a parlare
proprio di Gogol e Cechov, replicando a chi trovava assurde
queste lunghissime discussioni: "Ma di che altro dovremmo mai
discutere?".
Lo spettacolo di Battiston, di cui lui stesso firma
l'adattamento con Paola Rota, che ne è la regista, finisce per
contenere tutto questo, raccontando molte scene di vita russa
quotidiana, che sono nel cuore di chi sta partendo, e alcuni
risvolti occidentali, ricordandoci, come scriveva lui stesso,
che persino in occidente Dovlatov riuscì a vivere contro le
leggi vigenti, in difficile, cattivo rapporto con la realtà.
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