"Durante gli anni sono diventato una
specie di spugna. Si può dire che la musica che facciamo sia un
vero ibrido imbastardito. È un mix''. Jan Garbarek spiega così
l'approccio con la musica che fa di ogni suo concerto una
esperienza particolare. Il sassofonista norvergese sarà a Roma
il 28 giugno per uno spettacolo molto atteso alla Casa del Jazz
con il suo gruppo - il pianista tedesco Rainer Brüninghaus, il
bassista brasiliano Yuri Daniel e il percussionista indiano
Trilok Gurtu. Sulla scena da oltre cinquant'anni, Garbarek ha
influenzato schiere di musicisti con il suo stile lirico,
vocale, etereo, meditativo. Non è un caso se il disco di musica
antica e brani liturgici in latino ''Officium'' registrato nel
1993 con il quartetto vocale The Hilliard Ensemble sia tuttora
l'album più venduto della prestigiosa etichetta discografica
Ecm. Il musicista scandinavo a 76 anni continua a misurarsi con
esperienze musicali nuove, preferibilmente nei concerti dal
vivo. "Cerco solo di suonare ciò che io stesso vorrei ascoltare
- spiega -. Non posso prevedere o anticipare ciò che prova
l'ascoltatore. Ma quando i musicisti sentono che sono dentro al
ritmo, è un incantevole momento di pura felicità, è assoluta
euforia."
Figlio di un ex prigioniero di guerra polacco e della figlia
di un contadino norvegese, ha raccontato di essere stato
ispirato negli anni Sessanta più da John Coltrane che dai
Beatles. Proprio a Oslo, dove è nato, fu stregato da un concerto
del musicista indiano Ravi Shankar, all'epoca non ancora famoso.
Ama anche le canzoni norvegesi, la musica elettronica della
figlia Anna, le sonorità africane e la musica contemporanea.
Quanto al suo essere spugna, precisa: "Non si tratta di
raggiungere un qualsiasi tipo di perfezione o rimanere fedele a
una certa tradizione. In effetti, è proprio l'opposto. Può
essere di gran lunga più interessante lasciare alcune cose
nell'area dell'ignoto. Dobbiamo piuttosto curare e andare avanti
con le nostre imperfezioni, che fuggire da esse".
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