Grandissima nei ritratti, capace di cavare l'anima con uno dei suoi mitici scatti in bianco e nero, Elisabetta Catalano ha sempre avuto un'attrazione e una consuetudine per il mondo dell'arte e della cultura. Amica, sodale, fidanzata di pittori, scultori, performer, registi (fu Fellini a lanciarla chiamandola per una particina in 8 e 1/2, e fu su quel set che lei rivelò il talento di fotografa) ma anche di esponenti del mondo del teatro, della musica, era lei stessa una componente di quel mondo che sapeva raccontare con genio e che accoglieva spesso nella bella casa romana a piazza Margana condivisa con Aldo Ponis, il compagno architetto.
Ed è proprio Ponis, a poco più di tre anni dalla morte prematura di lei, a curare, con la consulenza scientifica di Laura Cherubini che della Catalano è stata una grande amica, una piccola grande rassegna con la quale il Maxxi le rende omaggio, focalizzando la riflessione proprio sulla sua collaborazione con gli artisti e le performance realizzate da questi direttamente nello studio di lei. Foto fatte "per tramandare la performance che di per sé è effimera", spiega Cherubini, che racconta come fossero proprio loro, gli artisti a rivolgersi a lei, che pure era nota come ritrattista, perché "la sentivano come una di loro e le riconoscevano la capacità di una grande intelligenza del loro lavoro".
Al centro una serie di progetti degli anni '70, "l'epoca in cui il corpo umano e il volto diventano il linguaggio dell'arte", ricorda ancora Cherubini. Si parte dalla performance di Joseph Beuys Scultura invisibile (1973), si prosegue con Europa bombardata di Fabio Mauri (1978), per poi passare a Vettor Pisani con Lo scorrevole (1971) e Cesare Tacchi con Painting (1972), raccontati attraverso scatti destinati a divenire l'immagine iconica della stessa performance. Di quegli incontri viene ricostruito, con diapositive, fotocolor, stampe storiche, corrispondenze e provini d'artista l'intero ciclo del processo creativo, ed è un po' come assistere alla gestazione e alla nascita dell'opera, con i segni rossi della Catalano che individuano fra decine e decine di provini gli scatti più giusti per il racconto. L'archivio "è uno strumento aperto, una miniera anche se non va confusa la memoria dell'artista con quello che si può fare dopo, gli effetti collaterali", fa notare Ponis.
Tant'è, con l'occasione di questa mostra, annuncia la direttrice del dipartimento architettura e archivi Margherita Guccione, entrano nella collezione del museo quattro nuovi scatti della principessa dei fotografi come qualcuno era solito indicare la bellissima Catalano. E l'occasione è buona per ricordare tante immagini firmate da lei, come quella - l'unica autorizzata della sua vita - a Gino De Domicis. In sala c'è Paola Pivi, anche a lei Elisabetta Catalano dedicò un ritratto.
Qualcuno le chiede un ricordo, un commento. L'artista sorride, si giustifica un po': "Ho in generale un problema con la memoria, ne ho pochissima - spiega -. Cosa ricordo di quel ritratto? Un grande sofa nel suo studio e una sensazione meravigliosa". Aperta al pubblico da domani fino al 22 dicembre, "Elisabetta Catalano. Tra immagine e performance" è ad ingresso libero.
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