In un mondo multipolare in
subbuglio per le guerre, il Metropolitan Museum of Art ha fatto
uno sforzo di diplomazia per portare a New York capolavori
vecchi di secoli che raccontano una storia di contatti
trasversali tra culture. Aperta dal 19 novembre, la nuova mostra
Africa e Bisanzio presenta in 180 oggetti le persistenti
tradizioni dell'arte e della cultura bizantina in Tunisia,
Egitto, Sudan, Etiopia dal quarto al quindicesimo secolo e
oltre.
Se il Sudan devastato da mesi di conflitto civile non ha
prestato i grandi murali della Cattedrale di Faras sommersa dal
Nilo e che avrebbero fatto da pendant a quelli salvati da
archeologhi polacchi e dall'Unesco ora a Varsavia, il Monastero
greco ortodosso di Santa Caterina nel Sinai ha mandato a New
York un manoscritto miniato e quattro preziosissime icone tra
cui quella del sesto secolo con la Vergine, il Bambino e la Mano
di Dio, una delle più antiche al mondo, realizzata a encausto su
legno e forse donata al monastero dall'imperatore Giustiniano
quando ordinò di fortificare il sito tra 548 e 565 dopo Cristo.
L'icona è esposta in parallelo a un arazzo contemporaneo della
Vergine in trono prestato dal museo di Cleveland che è partner
dell'iniziativa.
Aperta fino al 3 marzo, Africa e Bisanzio "rende giustizia,
grazie a monumentali affreschi, mosaici, dipinti su legno,
gioielli ceramiche e manoscritti miniati, a un'area
sottorappresentata della storia dell'arte e finora solo
marginalmente studiata", ha detto il direttore del Met, Max
Hollein, durante la presentazione alla stampa. Raccogliendo il
testimone dalla trilogia del Met sull'arte bizantina (Glory of
Byzantium, Bisanzio: Fede e Potere e Bisanzio e Islam), la
curatrice Andrea Achi ha messo insieme arte, religione,
letteratura, storia e archeologia per puntare i riflettori sulle
comunità multiculturali nella regione. L'Egitto,
tradizionalmente restio ai prestiti, ha portato per l'occasione
a New York, oltre ai pezzi dal Sinai, altri sette oggetti
dall'Egyptian Museum di Tahri e dal Coptic Museum.
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