(di Anna Lisa Rapana')
Lo faccio "in nome dell'unità
del Paese". Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non
manca di manifestare il suo disappunto per il testo uscito da un
accordo bipartisan a Capitol Hill e approvato a vastissima
maggioranza dal Congresso che dispone nuove sanzioni contro la
Russia. Così nel firmare il provvedimento che giaceva da giorni
sul suo tavolo si abbandona a commenti tanto poco ortodossi
quanto chiari, descrivendo la misura come "significativamente
imperfetta" a tratti perfino incostituzionale. Ma soprattutto
sferra un duro attacco al Congresso, accusandolo di inefficacia
e rigira il coltello nella piaga quando ricorda che non è stato
nemmeno in grado di approvare una legge sulla riforma della
Sanità dopo averne parlato per sette anni.
E' l'inizio di una potenziale guerra tra i due estremi di
Pennsylvania Avenue: la prima a rispondere a tono è la leader
della minoranza democratica Nancy Pelosi, esortando la
maggioranza repubblicana a non consentire che la Casa Bianca - e
il presidente in particolare - si dimeni al punto di scrollasi
di dosso la responsabilità di una risposta vigorosa a Mosca.
Risposta che il Congresso ha voluto soprattutto come punizione
per le presunte interferenze russe nelle elezioni americane.
Così il provvedimento toglie al presidente la capacità di
un'azione diretta per sollevare le sanzioni e Trump reagisce,
affermando che la misura - relativa anche ad Iran e Corea del
Nord - pone un freno alla possibilità di negoziare a favore
degli americani e concede quindi un vantaggio agli altri, alla
concorrenza. Per il presidente 'businessman' è inconcepibile.
Il Congresso resta granitico sul suo testo, quello che
comincia a scricchiolare e' il rapporto con il presidente, mai
stato idilliaco ma che adesso comincia a mostrare crepe a
partire dal Senato, dove se non si può ancora parlare di
'rivolta' conclamata di sicuro ribolle di malcontento. Le
strigliate del presidente sulla revoca e sostituzione di
Obamacare hanno lasciato il segno, e se simbolo
dell'indipendenza dell'aula resta il 'no' del senatore John
McCain risultato decisivo nella bocciatura della revoca di
Obamacare, sono sempre di piu' a ripetere "noi lavoriamo per il
popolo americano, non per il presidente", come sottolineato dal
senatore Tim Scott del Sud Carolina. In questi giorni poi si
dibatte parecchio anche dello 'strappo' messo nero su bianco in
un libro dal senatore conservatore Jeff Flake che esorta i
compagni di partito al rifiuto del 'trumpismo'.
Pero' sull'immigrazione con alcuni si lavora ancora
all'unisono, cosi' oggi il presidente e' comparso alla Casa
Bianca accanto ai senatori repubblicani Tom Cotton e David
Perdue a sostegno della loro proposta per cambiare il sistema di
immigrazione legale. "La riforma piu' significativa in mezzo
secolo", ha detto Trump del provvedimento, che prevede nuovi
limiti e nuovi criteri, favorendo chi parla la lingua inglese e
ha mezzi di sostentamento. Un provvedimento che dovra' pero'
passare il test del Congresso e l'iter si prospetta lungo e
articolato. Intanto le polemiche viaggiano su binari propri:
rispetto all'ultima gaffe del presidente secondo cui, a quanto
pare, la Casa Bianca "e' una catapecchia". Lo ha confessato ai
membri del suo golf club di Bedminster - scrive 'Golf Magazine'
- spiegando cosi' il motivo per cui i fine settimana va via da
Washington. Immediate le critiche, a partire da Chelsea Clinton
che ha preso le difese di "uscieri, maggiordomi, giardinieri,
idraulici, ingegneri della Casa Bianca". Emerge intanto un altro
potenziale grattacapo, con il New York Times che, citando un
documento interno alla Casa Bianca, segnala l'intenzione
dell'amministrazione Trump di procedere per vie legali contro le
politiche di ammissione ai college basate sulla ''azione
positiva', con le quali vengono discriminati gli studenti
bianchi.
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